Luca Donadei  

Etiopia-Eritrea, motivi di pace duratura?


La pace firmata ad Algeri, il 18 giugno 2000, ha concluso, formalmente, quella che si può definire la più grave crisi inter-africana dei nostri giorni.[1]
Per numero di uomini impiegati su entrambi i fronti e la quantità di armamento usato, la guerra tra Etiopia ed Eritrea ha rappresentato, tristemente, proprio al volgere del XX° secolo, il primo conflitto convenzionale ad altissima intensità scoppiato fra due stati sovrani in Africa.[2]
Questo conflitto, oltre i 100.000 caduti accertati, ha portato la disperazione del milione e mezzo di profughi, in maggioranza eritrei, fuggiti, scacciati od espulsi dalle loro case. Non da
ultimo, si è giunti alla rovina di due già fragilissime economie che, come se non bastasse, sono state ulteriormente provate dalla dura siccità la quale, dalla primavera scorsa, ha colpito sia le pianure eritree del Sahel e del Gash-Barka che quelle etiopi dell’Harar-Ogaden.[3]
La pace d’Algeri è giunta proprio nel momento di massima intensificazione dei combattimenti, dopo che l’esercito etiope, il 12 maggio scorso, lanciò l’ultima delle sue grandi offensive contro le difese eritree, dopo quelle del giugno 1998 e del febbraio-giugno 1999, con le quali, peraltro, si era impadronito di buona parte di quelle zone di confine, per le quali la propaganda, specialmente di Addis Abeba, aveva giustificato all’opinione pubblica, interna ed
internazionale, lo scoppio delle ostilità con l’Eritrea. Alla luce, però di quella manovra d’attacco che ha portato gli etiopici oltre 50 chilometri all’interno dell’Eritrea, minacciando
da presso, addirittura la stessa Asmara, è lecito parlare di semplice guerra di confine, o questa, in verità, ha nascosto qualcosa di più drammatico, per l’avvenire di due dei Paesi più
poveri al mondo?[4]
In realtà ad Algeri non è stata firmata una vera pace, ma solo un “cessate il fuoco” che lascia ancora irrisolti i nodi fondamentali che due anni fa hanno portato allo scatenamento delle
armi.[5]
Il Piano, in 15 punti, prevede: la cessazione immediata delle ostilità, l’invio di una missione di peacekeeping dell’O.N.U., sotto l’egida dell’O.U.A., per il controllo della tregua, il ritiro delle
truppe etiopi alle posizioni del febbraio 1999, il ripiego di quelle eritree all’interno del loro territorio di 25 chilometri (vale a dire il raggio massimo delle artiglierie in possesso delle due
parti), costituendo una zona di sicurezza temporanea nella qualeè stato favorito il ritorno della popolazione civile eritrea, la rinegoziazione, quindi, dei confini sulla base dei trattati coloniali ed il diritto internazionale con, in caso di controversia, l’uso di meccanismi di arbitrato.
Il 19 settembre 2000 il Consiglio di Sicurezza ha redatto una nuova risoluzione (la 1320) con cui è stato stabilita la missione di peacekeepeeng: l’UN Mission in Ethiopia and Eritrea (UNMEE), che arriverà a contare un totale di 4.220 uomini (2000 peacekeepers, 2000 persone per il supporto logistico e 220 militari osservatori) dispiegati, a partire da novembre, lungo i circa 1000 chilometri di confine, con un mandato della durata iniziale di sei mesi.[6]
A questo punto c’è da chiedersi, però, se a parte il silenzio dei cannoni, Etiopia ed Eritrea riescano presto anche a giungere ad un dialogo stabile tra loro. Vediamo allora di compiere un breve excursus storico dei rapporti tra i due Paesi. L’indipendenza dell’Eritrea sancita ufficialmente, dopo la liberazione del territorio nazionale, dal referendum popolare del 25
aprile 1993 e dalla decisione, nel maggio seguente, da parte dell’Assemblea Generale delle N.U., con la quale si elesse il Paese 182° membro dell’O.N.U., non portò la leadership dell’Asmara a rendere concreta una naturale diffidenza nei confronti del trentennale nemico etiope con un blocco continentale, volgendo i propri interessi politico-economici esclusivamente verso le floride correnti di traffico del Mar Rosso. Già durante la guerra anti-Menghistu, in effetti, l’F.P.L.E. (Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea) ed il F.P.L.T. (Fronte
Popolare di Liberazione del Tigrai). riunitisi nel Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico (F.D.R.P.E.), avevano coordinato insieme le loro strategie politiche e militari almeno dal 1988, costituendo quella sinergia di forze che portò alla presa di Addis Abeba del maggio del 1991.[7]
La volontà comune, quindi, sia in seno al nuovo governo etiope del tigrino Zenawi, che in quello eritreo capeggiato da Issaias Afeworky, di proseguire anche in tempo di pace sulla strada della cooperazione e dell’amicizia portò i due Paesi a perseguire la ricerca concreta di una convivenza attiva, dai più, giudicata impossibile, ma che avrebbe permesso, invece, ai due “nuovi” Paesi, soprattutto, una reciproca convenienza economica.
Per l’Eritrea, dato che solo il 10% del suo territorio risulta coltivabile (tale da soddisfare i bisogni soltanto del 22% della popolazione) proficua sarebbe potuta essere la vocazione prettamente agricola dell’Etiopia, mentre per quest’ultima evidente sarebbe stata la convenienza nell’utilizzo dei vicini porti eritrei di Assab e Massawa e la speculare vocazione industriale dell’Eritrea.[8]
Purtroppo, però quasi da subito si capì che le buone intenzioni erano soprafatte dalla realtà dei fatti. Il gap strutturale, ma anche politico, era troppo forte fra i due Paesi per non manifestarsi in una serie di contenziosi, solo in parte territoriali, che sarebbero degenerati manu militari nel conflitto del maggio del 1998, i cui reali motivi si possono così sintetizzare:

1) politici: Dall’ascesa al potere in Etiopia dell’establishment tigrina, erede del T.P.L.F., si è assistito nel Paese ad una progressiva e costante appropriazione da parte del F.D.R.P.E. (ora solamente composto da leaders tigrini) di tutti i rami del potere statale.[9] Ciò ha portato a due effetti, uno diretto ed uno indiretto: il primo è dovuto alla decisione di aprire l’importante mercato etiopico ai frutti della “mondializzazione” economica. Dopo la parentesi dell’economia socialista imposta da Menghistu, questa manovra di Zenawi ha accattivato indiscutibilmente le simpatie dei Paesi industrializzati, i quali vedevano, finalmente, aprirsi un considerevole sbocco per i propri prodotti ed un facile accesso alle monocolture etiopi.[10]
Ciò, sicuramente, non ha risolto i problemi economici fondamentali che affliggono le popolazioni etiopiche (nel Paese ancora quattro milioni di persone, escluse quelle colpite dalla recente siccità, sopravvivono solo grazie agli aiuti alimentari internazionali), le quali cause sono da collegare alla sfavorevole posizione geografica ed alla mancanza di tecnologie moderne, ed ha contribuito, senz’altro, a consolidare il potere del clan tigrino al governo, accrescendo, però, le diffidenze ed i rancori delle altre etnie etiopiche (effetto secondario), le quali, seppur maggioritarie, sono escluse dalla gestione dello Stato.
La persistente crisi economica ed il monopolio del potere all’interno dell’Etiopia da parte del F.D.R.P.E hanno generato, così, una quanto mai, agguerrita opposizione interna, anche armata.
Il Fronte di Liberazione Oromo ed il movimento islamico Al-Ittad (composto dai somali dell’Ogaden), soprattutto, sono una chiara dimostrazione.[11]
Proprio per cercare di attenuare il montare di questo crescente malcontento interno, il Governo Zenawi avrebbe progettato di stornare l’attenzione dai problemi interni del Paese, cercando una facile vittoria militare sulla vicina e piccola Eritrea, la cui indipendenza, fra l’altro, era ancora molto mal digerita sia da molti ambienti politici, sia da buona parte della stessa opinione pubblica etiope.
Non a caso, infatti, l’attacco condotto a maggio dall’esercito etiopico è stato scatenato due giorni prima le seconde elezioni generali, dopo quelle del 1995, tenutesi il 14 dello stesso mese e che hanno visto, ancora una volta, vincitore il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico.[12]
Quest’obiettivo, inoltre, avrebbe avuto anche il non secondario risultato di cancellare l’ascendente politico del non abbastanza“docile” Presidente Afeworki e magari di ridurre lo status dello Stato Eritreo “domandolo definitivamente” a semplice satellite dell’Etiopia, eliminando così, una volta per tutte, l’influenza latente del vigoroso nazionalismo unitario e centralizzato eritreo, che avrebbe potuto sfaldare, alla lunga, il fragile federalismo etnico etiopico.
La “leggendaria” e trionfante lotta di liberazione eritrea poteva ancora rappresentare un precedente storico, oltremodo vicino nel tempo, per troppi popoli etiopi.[13]
Mentre, poi, per l’Asmara il conflitto è stato sempre interpretato, essenzialmente, come scontro di frontiera, per i dirigenti d’Addis Abeba si trattava, invece, “di una guerra volta a porre fine all’arroganza eritrea”, anzi il primo e decisivo passo per riportare il Paese agli antichi fasti imperiali, ritagliandogli una forte supremazia regionale in tutto il Corno d’Africa.
Al pari, così, di Sudafrica, Nigeria ed Egitto, potenze che nella loro area geografica hanno assunto un ruolo di forte egemonia politica, anche il governo di Zenawi vorrebbe far assurgere l’Etiopia a protagonista dell’Africa orientale senza, però, contare il fatto che, mentre gli Stati sopra citati, ricoprono anche una posizione, nella loro regione, economicamente vantaggiosa, l’Etiopia resta, drammaticamente, un paese poverissimo, alla mercè degli aiuti internazionali.
Altra ragione per la quale Addis Abeba avrebbe cercato una soluzione violenta ai danni dell’Eritrea può, inoltre, essere spiegata attraverso l’analisi delle lotte intestine in seno al Fronte tigrino.
Dal 1997, infatti, la fazione di Zenawi, il quale nel 1986 era stato aiutato a portarsi alla guida del T.P.L.F. dall’alleato F.P.L.E., estromettendo i veri fondatori del partito, vale a dire, Aregawi Berthe e Gidey Zeratsion, è stata posta in minoranza all’interno della leaderschip tigrina a favore della corrente nazional-irredentista.[14]

Zenawi aveva accordato in cambio ai dirigenti del F.P.L.E. il suo sostegno alla secessione dell’Eritrea, che una volta ottenuta,è stata da lui ampiamente sostenuta politicamente, materialmente e finanziariamente.
Ora, invece, sarebbero preminenti, in seno all’ex Fronte Popolare di Liberazione del Tigray posizioni marcatamente egemoniche che tenderebbero a realizzare quel Grande Tigray, sogno che nonè mai del tutto scomparso dalla propaganda tigrina, nemmeno ai tempi della guerra anti-Menghistu

2) economici: In nessun altro campo come in quello economico l’amicizia post-Menghistu fra l’Eritrea e l’Etiopia del T.P.L.F. era parsa agli osservatori internazionali, così promettente. Già nel luglio del 1993 fu siglato, dalle due parti, un Agreement of Friedship and Cooperation il quale avrebbe dovuto tracciare le linee generali per una futura completa integrazione economica dei due paesi (Art. 1).
L’accordo prevedeva l’eliminazione graduale d’ogni barriera legale e fiscale al libero commercio, l’armonizzazione delle politiche doganali e la concessione all’Etiopia di un porto franco a Massawa ed Assab (Art.4); La libera circolazione delle persone e l’armonizzazione delle leggi che regolavano l’immigrazione (Art.5); La cooperazione in materia finanziaria e monetaria (Art. 9); La realizzazione di obiettivi comuni in politica estera (Art. 10) ed infine, un’intesa di massima relativa alla realizzazione permanente, nazionale e regionale, nelle aree di confine (Art. 12).
L’intento di cooperazione era massimo anche gli investimenti privati, con la parità di trattamento nei due paesi per i rispettivi operatori, come anche in materia di strategia industriale, dove era previsto un piano congiunto di sviluppo per la realizzazione di strade, porti e trasporto aereo.
Nel settembre 1993, inoltre, Eritrea ed Etiopia sottoscrissero un altro accordo d’intesa atto a concordare le principali direttive in materia monetaria, finanziaria ed economica.
Tale accordo ha regolato, in particolare, la gestione monetaria corrente e la politica finanziaria dei due paesi fino all’8 novembre 1997 quando l’Eritrea ha adottato il nafka come propria moneta nazionale.
Il trattato in questione prevedeva: 1) l’uso del birr etiopico fino all’adozione di una moneta nazionale da parte eritrea; 2) l’armonizzazione delle politiche dei cambi e dei parametri delle riserve monetarie, con l’intento di uniformare i valori rispetto alle divise dei paesi dell’area; 3) l’armonizzazione dei tassi d’interesse fra i due paesi; 4) la creazione di un meccanismo congiunto per il controllo della massa monetaria in funzione della crescita economica e dell’inflazione programmata dei due paesi; 5) l’elaborazione di uno schema che sincronizzasse le politiche riguardanti gli scambi con l’estero e al saldo dei debiti con l’import.[15]
Considerando, però, la sproporzione degli indicatori macro-economici dei due paesi non era difficile intuire lo strapotere contrattuale in mano ad Addis Abeba nei confronti della sua vicina ed il venir meno, progressivamente, da parte dell’Etiopia, di tutti gl’impegni presi in materia di cooperazione economica.
Il 7 ottobre 1994, infatti, le parti firmarono un Memorandum of Understanding con il quale erano perfezionati gli accordi di libera circolazione di beni e servizi, ma in cui si stabiliva, anche, la totale franchigia doganale per le merci etiopiche per l’uso dei porti di Massawa ed Assab, nei quali, fra l’altro, si prevedeva a breve termine la sostituzione della manodopera eritrea con quell’etiope per i servizi rivolti ad imprese etiopiche. A ciò c’era da assommare la rinuncia da parte eritrea di dotarsi di una propria compagnia aerea nazionale con la conseguente delega, previo compenso, all’Ethiopian Aerlines per il trasporto di merci e passeggeri da e per l’Eritrea, il tutto comportante un’enorme perdita di valuta per l’erario eritreo.
Infine, la questione del nafka. Nel marzo del 1997 la Banca Nazionale Eritrea, in vista della prossima adozione di una propria moneta nazionale, presentò alle competenti autorità etiopiche diverse possibili soluzioni per rendere meno possibile traumatica la transizione al nuovo corso, visti gli stretti rapporti commerciali esistenti fra i due Stati e per rispettare gl’impegni assunti per l’attuazione dell’integrazione economico-finanziaria.
In realtà, la nascita della moneta nazionale eritrea era auspicata dagli stessi organismi finanziari etiopi, dato che si rimproverava all’Asmara di utilizzare la stessa moneta dell’Etiopia senza, però, accettare la ripartizione dei pesanti debiti internazionali ereditati dal regime del colonnello Menghistu e quando, oltretutto, esisteva nelle due capitali una forte anomalia al cambio col dollaro che se ad Asmara era quotato: 7/7,20 birr, ad Addis Abeba, invece, si assestava intorno ai 6,80 birr.[16]
Nella sessione congiunta del 19 novembre 1997, delle commissioni bilaterali incaricate di decidere il nuovo assetto economico nei rapporti fra i due Paesi dopo l’introduzione del nafka eritreo (avvenuta l’8 novembre 1997) la rappresentanza etiope impose, unilateralmente, la scelta di un sistema commerciale basato su l’uso del dollaro e delle lettere di credito, invece di riconoscere, come proposto dagli eritrei, la piena convertibilità fra le due monete nazionali.
Ciò comportò, naturalmente, uno svantaggio evidente per l’Asmara, la quale già prostrata da un deficit nei confronti di Addis Abeba pari a più di 100 milioni di dollari (il 75% del fabbisogno alimentare eritreo era soddisfatto attraverso importazioni dall’Etiopia), era adesso costretta ad acquistare il taff, cereale base dell’alimentazione eritrea, ad un prezzo enormemente maggiorato.
Oltre ciò un ulteriore oggetto di contrasto economico era costituito dal fatto che da un lato l’Eritrea si richiamava, in una certa misura, per quanto riguarda la politica degli investimenti alle “Tigri Asiatiche” praticando la più totale libertà di circolazione monetaria e con una marcata self reliance nei confronti della cooperazione internazionale e gli aiuti esterni.
Dall’altro l’Etiopia, che praticava una politica di sviluppo incentrata, invece, su un forte controllo degli scambi valutari ed il massimo incentivo agl’investimenti esteri oltre ad una forte richiesta d’aiuti finanziari internazionali.[17]
Proprio la separazione delle monete, così, ha rappresentato la prima concreta manifestazione di quella discrepanza d’interessi politico-economici fra i due Stati, che ha raffigurato la vera ragione dello scatenamento del conflitto del 1998.

3) territoriali: Le rivendicazioni territoriali hanno rappresentato in questa guerra il casus belli maggiormente battuto dalla propaganda di entrambi i contendenti e dai mass-media internazionali.
Eppure il confine fra Eritrea ed Etiopia è chiaro e facilmente rilevabile dai moderni mezzi a disposizione (come, ad esempio, i satelliti), inoltre uno dei cardini fondamentali fatto proprio dall’Organizzazione per l’Unità Africana, di cui entrambi i Paesi fanno parte integrante, sottolinea l’intangibilità delle frontiere ereditate dal colonialismo.[18]
La zona più importante contestata corrisponde ad alla pianura di Badme o Baduma, dove il confine fra Eritrea ed Etiopiaè tracciato da una linea retta di circa 76 chilometri. L’inizio e la fine di questa diagonale sono indicati con precisione in ogni carta ufficiale e corrispondono alle confluenze dei torrenti Mai Teb e Mai Ambessa, rispettivamente con i fiumi: Setit-Tekazzè (il quale traccia il confine a partire dalla frontiera con il Sudan presso Kohr Um Hagger) e Gash-Mareb (che segna, invece, la demarcazione sud-orientale etiopico-eritrea fino alla strada Adigrat-Asmara), dividendo così in due parti uguali la pianura in questione.[19]
Nulla ha mai indicato, prima dello scoppio della crisi, che il Governo etiopico abbia in qualche caso contestato questo tracciato, che dal 1902 non ha subito alcuna modifica.
Infatti, tutte le carte ufficiali etiopiche, sia turistiche che amministrative, riconoscevano questa linea, come la mappa esibita agli ambasciatori stranieri ricevuti, il 19 maggio del 1998, presso la sede del Ministero degli Esteri d’Addis Abeba dallo stesso Ministro degli Esteri etiopico Seyoum Mesfin.
Se, però, non vi siano dubbi su dove debba essere inteso il confine fra i due Paesi (chiaramente delineato, anche in sede O.N.U.), il problema rimane un altro, vale a dire la legittimazione effettiva del territorio.
Vero è che questa frontiera durante il periodo italiano, pur segnata sulle carte, non è stata mai materialmente delimitata sul terreno attraverso posti confinari ed anche dopo l’indipendenza dell’Eritrea solo alcune parti di confine erano visibili attraverso tratti di funi collocate vicino ai principali attraversamenti.
Anche il territorio di Zalambessa, ufficialmente parte dello Stato Eritreo, posto fra Adigrat e Asmara (7 chilometri quadrati in tutto), è stato oggetto della disputa territoriale come conseguenza della “incertezza” della situazione territoriale fra Etiopia ed Eritrea, con in più il fatto che essendo questa zona popolata per lo più da genti del Tigray, anche dopo la caduta di Menghistu, fu amministrata direttamente da rappresentanti del T.P.F.L., senza che questo peraltro comportasse problemi con l’alleato della guerra di liberazione.
Fin dalla stipulazione dei Trattati confinari dell’inizio del secolo, in realtà, la frontiera si tramutò in zona franca, specialmente per i tigrini, soprattutto per la riluttanza da parte d’Addis Abeba a pubblicizzare presso le popolazioni locali il nuovo assetto territoriale elaborato con l’Italia. All’interno del possedimento italiano addirittura si erano venute a costituire delle enclaves, amministrate de facto da notabili tigrini, che non a caso sono corrisposte ai fronti di guerra del ’98.
L’area di Badme venne occupata dal T.P.L.F. nella primavera del 1981 (scontri a fuoco con i guerriglieri eritrei vi erano stati già fin dal 1976) e successivamente nel 1992, all’indomani della vittoria dei Fronti su Menghistu, ma sia per il fatto che la lotta contro l’imperialismo etiope esigeva la più completa sinergia di forze fra i Fronti eritreo e tigrino, sia l’impellenza dell’avvio alla ricostruzione delle strutture economiche e sociali dopo il conflitto pluri-decennale frenarono la nascita di qualsiasi diatriba.[20]
Nel luglio del 1994, in occasione di un incontro tra i massimi livelli del T.P.L.F. e del F.P.L.E., fu discussa, per la prima volta, apertamente della questione dei confini.
La questione fu terminata dalle parti definendola come“fraintendimento di carattere minore” e che il problema dei confini poteva essere risolto in via del tutto amichevole.
Funzionari di entrambi i Paesi si sarebbero incontrati, secondo quanto allora concordato, ogni tre mesi per discutere e risolvere la questione.
Se da parte eritrea si è manifestata una relativa acquiescenza nella questione territoriale, così non è stato per la controparte etiopico-tigrina.
In particolare, il livello di tensione si accrebbe notevolmente con l’intensificarsi della pressione, proprio su questi territori, dei numerosi rifugiati, sia eritrei, che tigrini, di ritorno dopo anni d’esilio forzato dovuto alla guerra civile.
Il primo degli incontri programmati si sarebbe dovuto tenere nel novembre 1994, però il mancato invio da parte etiopica di funzionari autorevoli in grado di trattare autonomamente, fece fallire l’incontro.
Di conseguenza una demarcazione territoriale fra Etiopia ed Eritrea, da entrambe riconosciuta, non riuscì ad essere, entro poco tempo, messa in atto, anzi fra il 1995 ed il 1996, cominciarono a moltiplicarsi gl’incidenti di frontiera (18 addirittura nel ’96) spesso risoltisi con l’uso della forza.
Già, nel 1976 il nascente T.P.L.F. redasse un manifesto politico, mostrando le sue ambizioni territoriali finalizzate a riunire la comunità storica tigrina in un “Grande Tigray”.
Proprio dalla presa al potere in Etiopia da parte del Fronte tigrino, il Tigray, grazie ad accondiscendenti decreti amministrativi, ha progressivamente allargato i suoi confini ai danni delle provincie etiopiche circostanti del Beghemder e del Wollo e nel 1996 si vedeva addirittura triplicata la sua estensione territoriale.
Nel manifesto dei nazionalisti tigrini, inoltre, s’includeva entro l’amministrazione di Makallè, anche le terre eritree dei kunama nell’area di Badme, oltre a quelle dei saho nella zona di Zalambessa, ed ai corridoi di transito per Assab.
A sud, in particolare, le rivendicazioni etiopiche si erano manifestate per il distretto di Bada-Burie, nella parte sud della Dancalia a circa 80 chilometri a sud ovest d’Assab, dove gli amministratori etiopici intendevano protendere i loro poteri sui villaggi eritrei di Adi Marug, Boleli e Irimali.
Malgrado le rimostranze eritree, attenuate dalla proposta di discutere la questione in un meeting, che si tenne il 28 luglio 1997, l’Etiopia irremovibilmente, intimò la paternità del territorio contestato avvalorando poi, le sue pretese anche con l’invio di due battaglioni dell’esercito.
Il Governo dell’Asmara attento a non scatenare, già d’allora, possibili fenomeni di revanscismo da parte del potente alleato etiopico, dovette sopportare il dato di fatto.[21]
Fra il 18 ed il 19 luglio dello stesso anno unità militari etiopiche penetrarono, anche, nell’area eritrea di Badme con il pretesto di sistemarvi stazioni radio.
Il 18 ottobre seguente, quindi, il Woyeen (periodico ufficiale del Fronte tigrino) pubblicò, arbitrariamente, delle nuove mappe in cui la regione del Tigray risultava allargata oltre che a spese del Beghemder e del Wollo, anche delle regioni eritree contestate.
L’area di Badme, tra i fiumi Tekezzè e Mareb, le aree di Alitena, Bada e la zona di Tserona risultavano ingoiate dalla neo-mappa tigrina.
Tale annessione fu riconosciuta immediatamente anche dal Governo Etiopico.
Ancora concentrata nella ricerca del dialogo l’Eritrea spinse per la riapertura di colloqui bilaterali, che si tennero all’Asmara nel gennaio del 1998, con la speranza di risolvere questa crisi, fiduciosa della solidità dei rapporti instaurati con la dirigenza etiope fin dalla Guerra di Liberazione e quindi della provvisorietà del momento di turbamento politico.
Tre settimane dopo gl’incidenti di Adi Murug e di Badme, l’8 agosto del 1997, il segretario ed il responsabile degli affari politici del F.P.D.G. (Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, discendente politico del F.P.L.E.), due dei massimi dirigenti della classe politica eritrea si recano ad Addis Abeba con il compito di recuperare nuovamente la diatriba territoriale alla sua dimensione diplomatica.
I leaders etiopici, non solo, ribadirono seccamente l’appartenenza delle zone contestate all’Etiopia, ma accusarono l’Asmara di aver istigato i contadini eritrei a sconfinare in territorio etiopico.
Il 16 agosto successivo lo stesso Presidente Afeworki si rivolse epistolarmente al Capo del Governo Etiopico Meles Zenawi, cercando per l’ennesima volta la via dei colloqui al fine di non creare un “unnecessary conflict”.
Il leader eritreo sottolineò che, nonostante l’arbitrarietà delle annessioni etiopiche, le violenze inferte ai contadini eritrei, la destituzione forzata dei funzionari eritrei, l’occupazione di territorio dell’Eritrea (riconosciuto come tale da accordi ereditati da entrambi i Paesi dai trattati coloniali) da parte di milizie tigrine e da parte dell’esercito regolare etiopico, questi si potevano classificare come semplici incidenti la cui soluzione doveva essere demandata a negoziati bilaterali ed ad organismi internazionali.
La risposta etiope si limitò a giustificare la presenza armata di soldati etiopici in Eritrea, per l’intento di ”inseguire” gli oppositori dell’Afar Revolutionary Democratic Unity Front (A.R.D.U.F.). Ma, il Governo dell’Asmara non era disposto anche stavolta a subire, incondizionatamente, i diktat d’Addis Abeba. I toni eritrei, infatti, ora si facevano sempre più decisi. Per Afeworki le misure portate avanti dall’Etiopia erano del tutto ingiustificate e l’unica maniera per risolvere la situazione creatisi era la nomina di una commissione intergovernativa di massimo livello, la quale sarebbe stata composta per l’Eritrea da Yemane Ghebreab, il responsabile degli affari politici del F.P.D.G., Abraha Kassa, consigliere per la sicurezza nazionale ed infine dal Ministro della Difesa Sebhat Ephem. Il 15 novembre 1997 la commissione bilaterale s’incontrò all’Asmara, ma i lavori si conclusero senza esito. Ormai, la situazione era senza ritorno. L’Eritrea, per il momento taceva. L’Etiopia, invece, stava consolidando sempre più la sua presenza armata nei territori da poco annessi. Nel gennaio del 1998, infine, l’esercito etiope occupò i villaggi contesi della Dancalia eritrea, mentre a Badme, nonostante la resistenza passiva offerta dai residenti eritrei, continuavano le espropriazioni e le espulsioni, con il fine di insediarvi amministrazioni e coloni tigrini.[22]

Conclusioni:

In questo intrigato scenario, al di là di una soluzione, comunque di prospetto, quale quella fuoruscita da Algeri, nata, più che altro, dalla stretta necessità di far tacere le armi e, quindi, contrassegnata da un’esigenza di grande impellenza, una pace veramente definitiva fra Etiopia Eritrea non può essere che trovata a partire da un piano strettamente economico. Purtroppo, due anni di guerra combattuta, da entrambe le parti, non solo sul campo di battaglia, ma anche a danno, diretto e voluto, di civili inermi, ha fortemente allontanato ed esacerbato, edè questa forse la nota più tragica, gli animi di due popoli un tempo fratelli. Entrambi si sono lasciati andare a persecuzioni (detenzioni in veri e propri campi di concentramento ed espulsioni etniche) a danno delle inermi comunità della controparte presenti sul proprio territorio.[23]
Forse nuovi uomini al governo all’Asmara, meno culturalmente legati ad un approccio guerrigliero in politica, senza negare, tuttavia, un’indipendenza nazionale tanto duramente conquistata, potrebbero accelerare i tempi della vera pace. L’Etiopia, intanto, dovrebbe ridimensionare le sue prospettive d’egemonia regionale.[24]
Per Zenawi l’incognita della dissidenza interna non siè certamente esaurita, spesso l’esercito etiopico compie incursioni all’interno del territorio keniota per inseguire i ribelli del F.L.O., ma ormai, la presenza degli osservatori internazionali, certamente, impedisce qualsiasi sfogo esterno.[25]
D’altronde, è bene dirlo, l’Etiopia non ha vinto la guerra, benché i fatti sembrino dimostrare il contrario. Infatti, l’azione delle sue truppe non ha portato frutto nell’intento di sovvertire lo status quo politico eritreo, distruggendo l’esercito avversario ed arrivando all’Asmara. A maggio le forze eritree, seppur duramente provate, sono riuscite a riorganizzarsi, così che un’ulteriore avanzata etiope avrebbe esposto nuovamente Addis Abeba al pericolo di ritornare a combattere una guerriglia che trent’anni di guerra di liberazione hanno dimostrato essere per gli etiopi troppo gravosa, in primis per la conformità del territorio eritreo, per ripercorrere un rischio del genere. Tanto meno ci si potrà aspettare qualsiasi atteggiamento ostile da parte degli eritrei. Buona parte del Paese devastato (la zona più fertile), un esercito indebolito ed un pragmatismo politico dimostratosi sempre efficace in precedenti crisi internazionali inducono ad escludere qualsiasi revanche futura. Soltanto, alla lunga, la ricerca di una cooperazione economica comune potrà, comunque, ricondurre i due popoli alla riconciliazione. Intraprendere, di nuovo, questo cammino potrà portare, definitivamente, anche alla soluzione efficace del problema marginale dei confini.[26]
La storia ci ha insegnato (vedi Francia e Germania) che l’allacciamento di stretti rapporti economici, formalizzati all’interno d’efficienti accordi regionali, generano equilibrio politico, viceversa l’antagonismo economico, la guerra. Il mezzo, per intraprendere questo cammino già esiste ed è l’I.G.A.D (Inter Governmental Authority for the Development) l’organizzazione regionale che riunisce i Paesi del Corno d’Africa. Questa è l’unica istituzione permanente, che potrà permette un dialogo, politico ed economico, ininterrotto e costruttivo fra Etiopia ed Eritrea. L’I.G.A.D., infatti, nelle speranze degli Stati fondatori, rappresenta l’istituzione attraverso la quale redimere sia i conflitti, che promuovere lo sviluppo economico dell’Africa orientale. La Carta dell’Organizzazione ha identificato tre punti fondamentali da perseguire: 1) la sicurezza alimentare e la protezione ambientale; 2) la prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti (vedi in particolare l’intensa attività dell’organizzazione per il raggiungimento della pace in Somalia ed in Sudan) con l’impegno ad azioni umanitarie nel caso di carestie e guerre civili 3) lo sviluppo d’infrastrutture comuni capaci di portare, in futuro, gli Stati aderenti ad una vera e propria comunità politico-economica comprendente al suo interno circa 125 milioni di persone. Il prossimo Consiglio dell’I.G.A.D. si terrà a Roma prossimamente, è lì che dovrà partire la vera pace.

 

LEGENDA

 

1] L’Accordo ha portato al termine dei combattimenti dopo che già per lo stesso fine erano state redatte, senza successo, ben cinque Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza: la 1177 del giugno 1998, la 1226 del gennaio 1999, la 1227 del febbraio 1999, le 1297 e 1298 del maggio 2000.
[2] Approssimativamente già dopo il primo anno di guerra si trovavano al fronte ben 320.000 etiopi e 250.000 eritrei, fra soldati e miliziani.
Se nel 1995 le spese militari rappresentavano per l’Etiopia il 2% del PIL annuo (circa 6 miliardi di $) e per l’Eritrea l’1% (PIL annuo circa 800 milioni di $), alla fine del 1998 erano salite all’10% per la prima ed addirittura al 30% per la seconda.
[3] Da marzo le N.U. hanno lanciato l’allarme siccità che coinvolge l’intera regione del Corno d’Africa. Delle 13,5 milioni di persone minacciate direttamente 10 milioni sono etiopi e 335.000 eritree.
[4] Secondo una classifica redatta recentemente sempre dalle N.U. fra 174 paesi in base al loro indice di sviluppo, l’Eritrea è al 167° posto, mentre l’Etiopia al 172°. La guerra è costata ad entrambe almeno 1 milione di $ al giorno e 786 milioni di $ complessivi per l’acquisto di armamenti.“Armi e finanziamenti per il Corno d’Africa”, da: http://www.unimondo.it, 20/6/2000.
[5] La stretta di mano tra il Ministro degli Esteri etiopico Seyoum Mesfin ed eritreo Haile Woldensae è stata raggiunta dopo due settimane d’intenso lavoro portato a termine dal Segretario Generale dell’O.U.A. (Organizzazione per l’Unità Africana) il tanzaniano Salim Ahmed Salim, dal Presidente algerino Bouteflika, dall’inviato speciale statunitense Anthony Lake e dal rappresentante dell’Unione Europea per il Corno d’Africa Rino Serri, oltre ad un équipe d’esperti inviata appositamente dal Segretario Generale O.N.U. Kofi Annan.
Al Trattato di pace vero e proprio si è giunti, finalmente, solo il 12 dicembre 2000, quando sempre ad Algeri alla presenza del Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan i rappresentanti dei rispettivi Governi hanno sancito ufficialmente la fine dello scontro armato.
[6] Già da fine luglio passato, comunque, si trovavano a vigilare sulla tregua 100 osservatori delle Nazioni Unite.
[7] Innocenti Marco, Le guerre degli Anni Ottanta, Rizzoli Editore, Milano, 1988.
Filesi Teobaldo, Africa: realtà della decolonizzazione (1970-1990), Casa Editrice Dr. Francesco Vallardi, Padova, 1995.
[8] Prima del conflitto il 90% dell’import-export dell’Etiopia passava per i porti di Assab e Massawa. La raffineria di Assab, inoltre, soddisfaceva da sola l’intero fabbisogno di carburanti etiope. Regional Surveys of the World, Eritrea recent history, Africa South of the Sahara, The Gresham Press, London, 1997-1999.
[9] La politica dell’F.D.R.P.E. nacque come soluzione favorevole agli eritrei alla disputa ideologica fra le correnti tigrine favorevoli ad una lotta che avesse come obiettivo la sola liberazione del Tigray per farne uno stato indipendente ad Addis Abeba e l’F.P.L.E che invece pretendeva la costituzione di un fronte pan-etiopico che liberasse tutto il paese dalla tirannide di Menghistu.
[10] L’Etiopia è il 5° produttore al mondo di caffè, il quale rappresenta più del 50% delle esportazioni totali del paese.
[11] I tigrini rappresentano una porzione molto minoritaria all’interno della variegata realtà etnica dell’Etiopia. Questi, infatti, sono meno del 7% dell’intera popolazione, assommante a circa 50 milioni di persone, a fronte, fra quelle più rappresentative, del 40% degli oromo, 25% degli amhara, 9% dei sidamo, 6% dei somali e 4% degli afar.
[12] Sempre nel 1995, dopo le elezioni, venne approvata dal Parlamento di Addis Abeba una nuova Costituzione. Con questa s’istituiva la Repubblica Federale Democratica d’Etiopia, formata da nove stati a base etnica dotati d’ampia autonomia e con diritto di secessione.
[13] L’Etiopia accusa Asmara di sostenere, sia l’Al-Ittahad, e l’Ogaden National Liberation Front che operano ai confini con la Somalia, sia il Fronte di Liberazione Oromo che agisce, invece, alla frontiera con il Kenia.
Non meno composita di quell’etiope risulta, comunque, la popolazione eritrea (in tutto 3,5 milioni di persone). Le etnie più importanti sono, quella dei tigrini (copti) e quella dei tigrè (mussulmani). Le altre, per lo più di religione islamica, sono: gli afar, i kunama (animisti e cristiani), i soho, i bedawi, i bileni, i nara e gli hedareb. Sebbene non d’origine etnica, opera in Eritrea, anche il movimento armato, ispirato alla Jihad, dell’Unione Nazionale Eritrea di Abdallah Idriss.
[14] Il nazionalismo tigrino è sempre stato molto attivo. Già nel 1942 i Wayyanè (gl’indipendentisti del Tigray) si ribellarono al potere centrale amhara ed Haile Selassiè dovette appellarsi all’aiuto inglese per sedare la rivolta.
[15] D’Angelo Alberto, Guida Storico Politica Dell’Eritrea, Datanews Editrice srl, Roma, giugno 1999.
[16] Wallaga Tibabu, “Birr and nafka: Ethiopia’s and Eritrea’s economy reality”, Addis Tribune, 31/10/97
[17] L’Etiopia ha ricevuto buona parte degli aiuti finanziari per oltre due miliardi di $ che la Banca Mondiale aveva deciso di donare per il periodo 1997-2000, a quanto pare, 2/3 dei quali ricevuti dopo l’inizio del conflitto. L’Eritrea, invece, a fronte di una crescita economica stimata, prima della guerra, intorno al 8% l’anno (a fronte di una media africana che nel migliore dei casi non supera il 3%) ha avuto aiuti internazionali per circa 350 milioni di $.
[18] Al momento della sua istituzione, il 25 maggio 1963, l’O.U.A., la cui sede è proprio ad Addis Abeba, al fine di evitare possibili controversie, equivoci e contrapposizioni fra i Neo-Stati africani appena affrancati dalle dominazioni straniere redasse all’Articolo 3 della sua Carta Istitutiva il principio (uti possidetis iuris) della legittimazione dei confini ex-coloniali, anche se questi furono ritagliati a suo tempo dalle cancellerie europee non tenendo conto delle popolazioni stanziate. Principio rafforzato anche dalla Risoluzione AHG/Res.16(1) adottata al Summit dell’O.U.A. del Cairo del 1964.
[19] La frontiera in questione fu delimitata, definitivamente, dall’articolo 1 dal Trattato di Addis Abeba del 15 maggio del 1902 fra Italia, Etiopia e Gran Bretagna (l’Imperatore Menelik II, già ras amhara dello Scioa, ricevette dal Governo italiano, per l’accettazione dei termini previsti, cinque milioni di lire dell’epoca). Già, comunque, con il Trattato di Addis Abeba dell’ottobre 1896, susseguente ad Adua, ed il Protocollo d’Intesa del luglio 1900 si era stabilito tra Etiopia ed Italia il confine provvisorio sulla linea dei fiumi: Mareb-Belessa-Mouna. Scorazzi Tullio, Assab, Massaia, Uccialli, Adua: gli strumenti giuridici del primo colonialismo italiano, Giappichelli Editore, Torino, 1996. Guazzini Federica, “La geografia variabile del confine eritreo-etiopico tra passato e presente”, Africa, Rivista trimestrale dell’I.S.I.A.O., settembre 1999.
[20] Woyeen, Organo Ufficiale del Tigray People Liberation Front, Roma, agosto 1978.
[21] Il tracciato orientale, lungo il Mar Rosso della frontiera etiopico-eritrea, che separa la Dancalia eritrea alla regione etiopica del Wollo fu fissato con il Trattato Italo-Etiopico di Addis Abeba sottoscritto dai due Governi il 16 maggio del 1908. All’Articolo 1 del testo si stabiliva che il confine, dal punto più orientale della demarcazione stabilita nel 1902 tra la Colonia Eritrea ed il Tigrè, avrebbe seguito parallelamente verso sud-est la costa ad una distanza di 60 chilometri fino a raggiungere la frontiera dei Possedimenti Francesi di Somalia. Ma la commissione comune che avrebbe dovuto, secondo quanto stabilito dallo stesso Trattato, delimitare sul terreno il suddetto confine in realtà non venne mai istituita.
[22] Il 13 maggio del 1998 il Parlamento nazionale etiope dichiarò ufficialmente lo stato di guerra contro l’Eritrea. La scintilla che ha portato ad una delle guerre più cruente che la storia ricordi, avvenne il 12 maggio quando in risposta alla morte, nell’ennesimo incidente di frontiera, di un soldato eritreo (il 6 maggio precedente in uno scontro a fuoco con la milizia tigrina erano periti sei) il generale Gerzgiher Tesfamaiam, comandante dell’area di Badme, ordinò l’occupazione militare eritrea di tutto il territorio oggetto della contesa. Il Presidente eritreo Afeworky, in quel momento in visita in Arabia Saudita, facendo fede sull’amicizia esistente tra i due paesi e pressato, evidentemente, dall’esigenza di non scontentare la casta militare, non ordinò il ritiro delle truppe, credendo, ancora una volta, di poter risolvere la contesa diplomaticamente.
[23] Prima del conflitto la comunità di origine eritrea presente in Etiopia, buona parte nell’Amarha, assommava a circa 350.000 persone. Già un mese dopo lo scoppio della guerra il governo di Addis Abeba ha dato il via ad una persecuzione sistematica: 25.000 persone sono state espulse dal paese e circa 35.000 obbligate a stabilirsi in campi predisposti nelle località di Fiche, Kombolcha, Blaten e Azha. In Eritrea risiedono almeno 70.000 etiopici (45.000 nella sola Asmara, 20.000 ad Assab), i quali sono stati fatti oggetto di continue vessazioni e almeno 2.000 di questi, dal maggio scorso, sono stati confinati nel campo di Sheketi.
[24]. Ferrari Angelo, “La guerra con l’Etiopia si tinge di nazionalismo”, Diario della Settimana, Arnoldo Mondadori Editore spa, Milano, 10/8/99. Touad Jean-Léotard, “Espansionismo, vecchia malattia”, Nigrizia, Edizione Nigrizia, Verona, marzo 1999
[25] Il 5 novembre si sono tenuti ad Addis Abeba i solenni funerali dell’Imperatore Haile Selassiè, 25 anni dopo la sua misteriosa morte. Non è difficile pensare che si sia trattato di un escamotage del governo per saldare i popoli etiopi (amhara specialmente) intorno alla mitica figura del re dei re.
[26] Thual François, “Contrôler et contrer: stratégies géopolitiques”, Ellipses, Paris, giugno 2000.