Eritrea: brevi cenni sulla sua geografia fisica e politica

L’Eritrea è uno stato di
121.320 chilometri quadrati, situato nel Corno d’Africa, tra il
Mar Rosso (ad est), il Sudan (a nord ed a ovest), l’Etiopia e
Gibuti (a sud) e che comprende anche un arcipelago, quello delle isole
Dahlak, poco distante da Massawa, di fronte allo Yemen e alla Arabia
Saudita.
La sua popolazione è di 3,5 milioni di abitanti
(secondo il censimento del 1984).
La sua capitale è Asmara, situata al centro
dell’altopiano eritreo; altre città significative sono,
sulla costa, oltre a Massawa, rinomato centro balneare,
Tio e, più a sud, nella desertica depressione
dancala, verso il confine con Gibuti, la città portuale di Assab
con un clima torrido, all’interno Keren,
Agordat, Tessenei, Barentù,
a nord verso il Sudan, Nakfa.
Il clima è caldo e secco nella fascia costiera,
più fresco sugli altopiani e semiarido sulle colline e nei bassopiani
occidentali; la stagione delle piogge è tra giugno e settembre.
Il territorio è soggetto a costanti fenomeni
di siccità e di erosione, aggravati da una deforestazione selvaggia
che ha favorito l’estendersi sempre più incalzante del
deserto.
Flora e fauna sono state sterminate da più di
quaranta anni di guerre ininterrotte.
Le religioni più diffuse sono il cristianesimo
copto e l’islam, mentre i cattolici ed i protestanti,e gli animisti
sono una minoranza.
Le lingue nazionali: ognuna delle nove etnie eritree
ha una propria lingua, quelle più diffusamente parlate sono il
tigrigna e il tigrè, inoltre sono molto diffuse la lingua araba,
l’inglese e l’italiano.
Etnie: Tigrè, Tigrino, Saho, Afar, Kunama (Baza),
Nara, Bileni (Bogos), Hedareb, Rashaida.
Regioni, dal punto di vista amministrativo, l’Eritrea
è composta da sei regioni, così suddivise: Gash Barka,
con capoluogo Barentù; Anseba, con capoluogo Keren; Semienawi
Keith Bahri, con capoluogo Massawa; Debubawi Keith Bahri, con capoluogo
Assab; Debub, con capoluogo Mendefera; Maakel, con capoluogo, Asmara.
Dati storici sullo sviluppo:
1887 installazione telegrafica tra Massawa
e Assab. Nel novembre dello stesso anno, inizia la costruzione della
linea ferroviaria che collega Massawa ad Emkulu.
1890 Costruzione del primo edificio di amministrazione
della colonia italiana.
1912 Nel mese di febbraio, inaugurazione della ferrovia
di 118 Km che collega Massawa con Asmara.
1928 Inizio del collegamento ferroviario tra Asmara,
Keren e Agordat.
1935 Costruzione del nuovo municipio di Asmara.
1935 Inaugurazione della strada tra Massawa e Dekemhare.
1936 Inaugurazione della linea teleferica tra Massawa
ed Asmara.
1942 Prima pubblicazione del settimanale eritreo (Semienawi
Gazieta), con la collaborazione del Dr. Weldeab Woldemariam.
1979 Inizia ad operare la prima radio Dimzi Hafash
dalle zone liberate dell’Eritrea.
1991 Con la liberazione dell’Eritrea, inizia
ad operare per la prima volta la televisione nazionale.
Sintesi dei principali avvenimenti politici:
Nel 1941 in seguito della sconfitta
italiana nell’A.O.I., l’Eritrea passa sotto amministrazione
militare inglese.
Nel 1948 la commissione d’inchiesta delle quattro
potenze, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica, visita
l’Eritrea.
Nel 1949 le Nazioni Unite, investite della questione
del futuro delle ex colonie italiane, respingono il “piano”
elaborato dai ministri degli esteri inglese e italiano, Ernest Bevin
e Carlo Sforza. Il piano Bevin-Sforza prevede la spartizione dell’Eritrea
fra il Sudan anglo-egiziano e l’Etiopia.
Nel 1950 un’apposita commissione delle Nazioni
Unite non riesce a raggiungere un accordo sul destino dell’Eritrea.
I cinque paesi che ne fanno parte avanzano tre distinte proposte: annessione
all’Etiopia (Norvegia), federazione tra Etiopia ed Eritrea (Birmania
e Sudafrica), indipendenza (Guatemala e Pakistan). Il 2 dicembre, con
la risoluzione 390/A (V), le Nazioni Unite si pronunciano per la federazione
con 46 voti a favore, 10 contrari e 4 astensioni. I paesi del blocco
sovietico votano contro la decisione.
Nel 1952 , il 15 settembre viene ufficialmente proclamata
la federazione fra Etiopia ed Eritrea “sotto la sovranità
della corona etiopica”. Parlando al Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite, il segretario di stato U.S.A John Foster Dulles afferma:”Dal
punto di vista della giustizia, le opinioni degli eritrei devono essere
prese in considerazione. Tuttavia, gli interessi strategici degli Stati
Uniti nel bacino del Mar Rosso e considerazioni sulla sicurezza e la
pace mondiale impongono che il paese sia legato all’Etiopia”,
questa situazione non sarà mai accettata dagli eritrei.
Nel 1953 scampa al settimo attentato in sei anni, il
leader indipendentista eritreo Woldeab Woldemariam ed è costretto
all’esilio, dopo aver dato via al primo sindacato dei lavoratori
nella storia dell’Eritrea.
Nel 1958 un’ondata di scioperi degli operai e
le manifestazioni di piazza, scuotono l’Eritrea in segno di protesta
contro le continue violazioni della costituzione eritrea da parte delle
autorità etiopiche. Il presidente del governo autonomo eritreo,
Tedla Bairu, viene costretto alle dimissioni, mentre partiti e sindacati
vengono sciolti e viene imposta la censura sulla stampa. Alla protesta
, il regime etiopico dell’imperatore Hailè Selassie risponde
con violenza: i morti sono più di 50. Viene costituito il Movimento
di liberazione dell’Eritrea (M.L.E.), meglio conosciuto come Mahber
Showatte (gruppo dei sette) per le cellule clandestine di sette membri
ciascuna in cui viene strutturato. Il 24 dicembre il regime feudale
etiopico di Haile Selassie decide di togliere la bandiera dell’Eritrea
da tutti i luoghi pubblici.
Nel 1961 alcuni esuli eritrei, fra i quali l’ex
presidente del parlamento eritreo, Idris Mohammed Adem, fondano il Fronte
di liberazione dell’Eritrea (F.L.E.) e decidono di dare inizio
alla lotta armata. L’1 settembre, un gruppo di guerriglieri, guidati
da Hamed Idris Awate, attacca una stazione di polizia nella provincia
eritrea occidentale del Barka.
Nel 1962 il 12 novembre, Hailè Selassie abolisce
unilateralmente la federazione tra Etiopia ed Eritrea, e quest’ultima
diventa la “quattordicesima provincia” del suo impero. In
questo stesso anno muore Hamed Idris Awate, uno dei fondatori della
lotta di liberazione dell’Eritrea.
Nel 1964 il 15 marzo avviene il primo scontro armato
contro le forze di occupazione etiopiche nel territorio di Togorba (Barca).
Nel 1967 con l’aiuto di consiglieri militari
israeliani, l’esercito etiopico scatena la sua prima offensiva
su vasta scala contro i guerriglieri del F.L.E. Decine di migliaia di
civili eritrei sono costretti a trovare rifugio nel vicino Sudan, mentre
all’interno del F.L.E, che non ha saputo tenere testa all’offensiva
etiopica, la dirigenza viene messa sotto accusa per le divisioni di
carattere religioso e tribale all’origine del rovescio militare
registrato.
Nel 1970 dopo aver inutilmente tentato di modificarne
l’orientamento, gruppi di guerriglieri abbandonano il F.L.E. e
danno vita alle Forze popolari di liberazione dell’Eritrea (F.P.L.E.).Contro
la nuova organizzazione, il F.L.E. scatena una sanguinosa guerra civile.
Nel frattempo, ad agosto, si svolge a Monaco (Germania) il primo congresso
in Europa degli Eritrei per la liberazione.
Nel 1973, nel mese di agosto si svolge, per la prima
volta a Pavia (Italia), il quarto congresso degli Eritrei per la liberazione,
in Europa, dopo i primi tre che si sono svolti in Germania: Monaco (1970),
Norimberga (1971), Monaco (1972).
Nel 1974, l’imperatore Haile Selassie viene deposto
dai militari, che nominano a capo della giunta il generale Aman Andom,
di origine eritrea. Mentre la guerra civile tra il F.L.E. e il F.P.L.E.
ha finalmente termine, a novembre Aman viene ucciso da altri militari
perché voleva ricercare una soluzione pacifica del conflitto.
In agosto prosegue il quinto congresso degli Eritrei per la liberazione,
in Europa, per la prima volta nella città di Bologna.
Nel 1977 dopo una sanguinosa lotta per il potere in
Etiopia, il colonnello Menghistu Haile Mariam diventa “l’uomo
forte” del nuovo regime militare, mentre ha inizio la guerra con
la Somalia per l’Ogaden, la regione di frontiera per la quale
i due paesi hanno già combattuto nel 1964, abitata da popolazioni
di origine somala. Nel gennaio dello stesso anno, nelle zone liberate
dell’Eritrea si apre il primo congresso delle Forze popolari di
liberazione dell’Eritrea, che assumono la denominazione di Fronte
popolare di liberazione dell’Eritrea. Viene eletto segretario
generale Ramadam Mohamed Nur, vice-segretario Isaias Afewerki. A marzo,
il F.P.L.E. conquista Nakfa, nella provincia settentrionale del Sahel,
primo capoluogo liberato dalla resistenza. A luglio è la volta
di Keren, capoluogo della provincia centro-settentrionale del Senhit.
Nel 1978 l’Etiopia rompe le relazioni con gli
Stati Uniti, ottenendo il sostegno dell’Unione Sovietica. Il regime
militare etiopico scatena su vasta scala la sesta offensiva,denominata
“stella rossa”, contro il F.P.L.E., dopo aver respinto oltre
confine, con l’aiuto sovietico e cubano, i reparti somali che
erano penetrati in Etiopia. Il F.P.L.E., che ha nel frattempo liberato
gran parte dell’Eritrea (in mano etiopica rimangono solo Asmara,
Assab, Barentù e poche altre località minori), dà
inizio a una ritirata strategica verso le montagne del Sahel.
Nel 1979 tra gennaio e aprile, le forze militari etiopiche,
con il sostegno di alcuni paesi dell’Est europeo, continuano i
loro attacchi contro i combattenti eritrei. Nel dicembre il F.P.L.E.
inizia il primo contrattacco, lungo il fronte di Nakfa.
Nel 1980 sabotati i tentativi di coordinamento tra
i due fronti eritrei, il F.L.E. – che è stato precedentemente
indebolito dal passaggio di molti dei suoi combattenti nelle file de
F.P.L.E – provoca una ripresa della guerra civile. Nel giro di
poche settimane le unità del F.L.E. sono costrette a riparare
in Sudan e il F.P.L.E. rimane da solo a combattere le truppe etiopiche
in Eritrea. A novembre il F.P.L.E. propone un referendum sotto il controllo
internazionale per dare una soluzione pacifica al conflitto eritreo:
la popolazione eritrea verrebbe chiamata a pronunciarsi su tre ipotesi
(indipendenza, federazione o autonomia regionale).
Nel 1982 fallisce la sesta delle offensive etiopico-sovietiche
lanciate a partire dal 1978 contro le basi del F.P.L.E: nel Sahel. Il
fallimento di questa offensiva, che nelle intenzioni di Menghistu sarebbe
dovuta essere quella decisiva, apre una nuova fase nel conflitto. In
Sudan il F.L.E., dilaniato da lotte intestine, si divide nel frattempo
in diversi tronconi.
Nel 1984 mentre Etiopia ed Eritrea cominciano a risentire
dei tragici effetti della siccità e della carestia, il F.P.L.E.
assume l’iniziativa sul piano militare, conquistando gran parte
della costa settentrionale e le cittadine di Tessenei e Alighidir, importanti
centri agricoli del sud-ovest, attaccando anche l’aeroporto militare
di Semel ad Asmara. Un’offerta di tregua avanzata dal F.P.L.E.
in ottobre per far giungere alle vittime della carestia gli aiuti internazionali
viene respinta a novembre da Menghistu, il quale afferma: “l’Etiopia
non tratterà mai con i banditi”.
Nel 1985 la città di Barentù, che il
F.P.L.E. non era riuscito a conquistare nella sua avanzata del 1977,
viene liberata a luglio. Alla fine di agosto, di fronte a una massiccia
offensiva etiopico-sovietica, la cosiddetta “ottava offensiva”
(Bahre-Negash), il F.P.L.E. preferisce abbandonare Barentù, Tessenei,
Alighidir e altre località nel nord-est del Sahel, ritirandosi
con un ingente bottino militare. In questo stesso anno Etiopia e Israele
attuano il piano “operazione Mosè”, trasferendo oltre
diecimila etiopici di religione ebraica (Falasha) in Israele, in cambio
di aiuti militari dal governo israeliano per oltre 100 milioni di dollari.
Nel 1986 il 13 gennaio avviene la seconda operazione
decisiva di attacco del comando eritreo contro le postazioni militari
all’aeroporto di Asmara.
Nel 1987 a marzo, nelle zone liberate del Sahel, si
riunisce il II Congresso del F.P.L.E., che approva importanti modifiche
al “programma democratico nazionale”. Tra le modifiche più
importanti, l’introduzione del pluralismo politico e il riconoscimento
dell’iniziativa privata nella futura Eritrea indipendente. Isaias
Afewerki viene eletto segretario generale del F.P.L.E. sostituendo Ramadam
Mohamed Nur. Il primo settembre muore Sheikn Ibrahim Sultan, uno dei
padri fondatori della lotta di liberazione dell’Eritrea.
Nel 1988 a marzo, il F.P.L.E. mette fuori combattimento
tre divisioni etiopiche ad Afhabet, quartier generale delle truppe di
Addis Abeba schierate a ridosso delle basi del Fronte nel Sahel.
Nel 1989 a maggio un colpo di stato militare fallisce
in Etiopia. Alla rivolta partecipano anche reparti di stanza in Eritrea,
dove il F.P.L.E. proclama una tregua unilaterale. Menghistu ordina una
sanguinosa repressione che decapita l’esercito etiopico (500 tra
generali e ufficiali vengono fucilati) e nello stesso tempo accetta
le condizioni poste dal F.P.L.E: per l’avvio di negoziati di pace
preliminari. A settembre ad Atlanta (USA) e a novembre a Nairobi (Kenya),
due sessioni di colloqui tra il F.P.L.E. e il regime di Addis Abeba,
organizzate con la mediazione dell’ex presidente Usa Jimmy Carter,
si concludono con un nulla di fatto per il rifiuto etiopico ad accettare
la partecipazione dell’ONU come osservatore a un negoziato di
pace a tutti gli effetti. Addis Abeba respinge anche la proposta del
F.P.L.E per l’adozione di misure comuni per combattere una nuova
carestia che minaccia l’Eritrea e il Nord dell’Etiopia.
Nel 1990 a febbraio, per la prima volta dall’inizio
della lotta armata, con l’operazione “Fenkl” il F.P.L.E.
assume il pieno controllo di Massawa (nel 1978 aveva occupato soltanto
la parte che sorge sulla terraferma), dopo una battaglia durata tre
giorni ed estesasi lungo un fronte di 200 chilometri. In una lettera
inviata al segretario generale delle Nazioni Unite, il F.P.L.E. si dichiara
disponibile all’utilizzazione del più importante porto
eritreo (trasformato dagli etiopici, nei mesi precedenti, in un gigantesco
deposito di armi) per le operazioni di soccorso alle vittime della carestia.
L’aviazione di Addis Abeba cerca di impedire questa eventuale
utilizzazione, effettuando massicci bombardamenti contro la città
di Massawa che è ridotta ad un cumulo di macerie. Un mese dopo
la presa di Massawa, il F.P.L.E. attacca a sud, nella provincia di Akele
Guzai, liberando Senafè, Adi Keih (capoluogo di provincia), Digsa,
Segheneiti ed altri centri minori e si attesta a Dekmhare (40 Km. a
sud di Asmara), minacciando direttamente l’aeroporto che, ormai
trasformato in una vera e propria base militare, viene più volte
attaccato da unità del F.P.L.E. A maggio, il F.P.L.E. rinnova
il suo appello alle Nazioni Unite per promuovere un referendum in Eritrea.
Nel 1991 dopo la caduta del regime di Menghistu in
Etiopia e i sanguinosi combattimenti del 21 maggio e la liberazione
di Dekmhare, il 24 dello stesso mese il F.P.L.E. libera la città
di Asmara, capitale dell’Eritrea. E’ la fine della guerra.
Una conferenza di riconciliazione sancisce il diritto all’autonomia
dell’Eritrea da esercitarsi attraverso un referendum popolare.
Si costituisce il governo provvisorio, che il 6 novembre dichiara il
programma del servizio nazionale.
Nel 1992 il 7 aprile viene decisa la commissione per
lo svolgimento del referendum eritreo. In agosto inizia il primo festival
ad Asmara, dopo aver trascorso in esilio i festival a Bologna.
Nel 1993 dal 23 al 25 aprile si svolge il referendum
popolare, sotto l’egida dell’O.N.U., per la proclamazione
dell’indipendenza dell’Eritrea. Il 99,8% dei votanti si
esprime a favore dell’indipendenza. Il 24 maggio l’Eritrea
viene dichiarata indipendente. Isaias Afewerki, è eletto Presidente
della Repubblica. Nasce così il cinquantatreesimo stato africano.
Nel 1994 il 3 marzo viene costituita la commissione
costituzionale eritrea. Nel mese di luglio ha inizio il servizio militare
nazionale obbligatorio (addestramento Sawa). Il 5 dicembre l’Eritrea
rompe le relazioni diplomatiche con il Sudan.
Nel 1995 il 14 maggio viene a mancare all’età
di 89 anni, uno dei personaggi più importanti del popolo eritreo,
il dr. Weldeab Woldemariam. Nell’estate dello stesso anno ha inizio
il conflitto territoriale con lo Yemen per le isole Hanish.
Nel 1996 il 15 aprile, l’Eritrea modifica le
regioni amministrative, passando da nove a sei regioni.
Nel 1997 dopo dieci anni si apre il terzo congresso
del F.P.L.E. In questo congresso il F.P.L.E. cambia denominazione e
diventa partito politico, con il nome di P.F.D.J. (Fronte popolare per
la giustizia democratica). L’8 novembre entra in circolazione
per la prima volta nella sua storia la nuova moneta eritrea, il nakfa.
Nel corso dell’anno riprendono le relazioni diplomatiche con lo
Yemen, interrotte dal conflitto territoriale per le isole Hanish, poi
concluse diplomaticamente.
Nel 1998 a maggio l’Etiopia scatena il conflitto
territoriale nelle zone eritree di Bademme, Zalambessa, e lungo il confine
della Dancalia. Gli attacchi proseguono nel cuore stesso della città,
come l’aeroporto di Asmara. Questo ennesimo atto di guerra dell’Etiopia
nei confronti dell’Eritrea ha come disegno militare la creazione
del “grande Tigray”, con l’annessione di alcune parti
dell’Eritrea, senza rispettare i confini riconosciuti dalle Nazioni
Unite a dall’O.U.A. Si assiste ad attacchi militari indiscriminati
nel territorio eritreo, e alle più odiose forme di discriminazione
razziale, con la pulizia etnica e le deportazioni dei cittadini eritrei
residenti in Etiopia. A causa di questo ennesimo conflitto con l’Etiopia,
il 16 novembre Gibuti rompe le relazioni diplomatiche con l’Eritrea
e, nonostante i tentativi di mediazione da parte dell’Unione africana,
dell’Europa e degli Stati Uniti, il conflitto continua.
Nel 1999 il 23 febbraio il regime etiopico guidato
dal F.P.L.T. (Weanè), lancia per la seconda volta l’offensiva
su larga scala attaccando nuovamente il frorte del Mareb Setit, e successivamente
attaccando l’aeroporto di Assab e il porto di Massawa. Nel mese
di agosto, l’Eritrea dichiara ufficialmente di accettare la proposta
di pace dell’Organizzazione dell’Unità Africana,
ma puntualmente l’Etiopia rifiuta. Nel corso dell’anno riprendono
le relazioni diplomatiche con il Sudan, interrotte nel 1994.
Nel 2000 il 5 maggio riprendono gli scontri con inaudita
violenza, dopo una serie di tentativi da parte dell’Eritrea per
una soluzione pacifica del conflitto, rifiutati sistematicamente dall’Etiopia.
In questa terza fase dell’offensiva, il regime del F.P.L.T., il
cui obiettivo, questa volta, è di invadere il territorio eritreo,
attaccando sui diversi fronti, causa lo sfollamento dalle proprie case
di migliaia di persone, soprattutto donne, vecchi e bambini, costretti
in campi di emergenza o a rifugiarsi oltre confine nei campi profughi
del Sudan. Avvengono molte uccisioni e vengono rasi al suolo città,
paesi e campagne. Questa inaudita invasione dura per oltre 42 giorni,
senza che l’opinione pubblica reagisca energicamente per bloccarla,
come è avvenuto per il Kosovo e Timor Est, o per il Kuwait, attaccato
dall’Iraq. Ancora una volta l’Eritrea ha subito l’indifferenza
dell’opinione pubblica mondiale, come durante i trent’anni
di lotta per la liberazione. Dopo una serie di tentativi sul piano diplomatico,
il 15 giugno, con la mediazione del presidente di turno dell’Unità
Africana, Eritrea ed Etiopia annunciano il nuovo accordo per il cessare
il fuoco, che viene firmato domenica 18 giugno ad Algeri. Il 12 dicembre
viene firmato ad Algeri il trattato di pace fra Eritrea ed Etiopia,
con la mediazione del presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, quale
rappresentante uscente dell’O.U.A, di Kofi Annan, segretario generale
dell’O.N.U. Madeleine Albright, segretario di stato U.S.A, Rino
Serri, mediatore europeo e sottosegretario italiano agli esteri. Con
queste autorevoli presenze diplomatiche, ad Algeri si conclude un conflitto
durato due anni e mezzo.
La situazione umanitaria lasciata dal dopoguerra
è ancora grave: in tutto il Paese più di un milione di
persone abbisognano di aiuti alimentari (di questi circa mezzo milione
sono vittime della siccità, soprattutto nelle regioni costiere
e nell’Anseba); circa 20.000 persone si trovano ancora nei campi
profughi (dopo che la maggior parte degli sfollati sono ritornati nei
loro villaggi di origine entro l’estate del 2001); circa 100.000
rifugiati in Sudan stanno per essere rimpatriati; 100.000 soldati, da
anni nell’esercito, devono essere smobilitati.