Granara Angelo
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Cara Asmara, Eritrea. lettera 8

L’amicizia è l’amore senza le sue ali.
Byron


…. In quegli anni ero molto giovane e abitavo a Villaggio Paradiso in una bifamiliare che dividevo con la famiglia Alfieri il cui rampollo non era ancora assurto alla notorietà. Poco lontano abitava Carlo Mainardi, in attesa di diventare direttore della Seferian, le sorelle Baratti belle e simpatiche, Sergio Moreschi, detto il Moro, Mario Baratti futuro allenatore di tennis a Ras Tanura, i fratelli celeste, Duilio Coletti e alcuni altri di cui mi sfugge il nome.
Il Villaggio era composto di modeste abitazioni e di baracche Lenci disposte intorno al Campo Cicero in una periferia con strade non ancora asfaltate, lontana un paio di chilometri dalla salita per il forte Baldissera.
Quando non avevamo i soldi per l’autobus, probabilmente perché avevamo perso tutto in una partita di seven-eleven, facevamo la strada a piedi cominciando con la traversata del folto boschetto di eucalipti che fiancheggiava la carreggiata da ambo i lati e raggiungevano l’ospedale Regina Elena per proseguire, poi, lungo viale Crispi, diretti verso il centro della città.
Viale Crispi era una bella strada ampia e alberata il cui lato destro era quasi interamente delimitato dal parco del palazzo governatoriale e da un giardinetto pubblico molto ben tenuto. Il lato sinistro iniziava con un campo trascurato circondato di basse costruzioni e proseguiva con due edifici gemelli, quindi il palazzo del consolato italiano, una caserma, l’ufficio imposte, il circolo ufficiali e, infine l’imponente mole del comando truppe.
Da qualsiasi punto di viale Crispi si poteva osservare l’altura rosso mattone del Baldissera che ospitava il forte e il cimitero.
Non so perché, cara Asmara, cerco di descrivere proprio a te una tua strada; è un poco come se tu volessi dirmi com’è fatta via Veneto a Roma.
E’ stato un impulso improvviso il volerti parlare di questa strada perché, attraverso lei, volevo ricordarmi degli amici di periferia che insieme a me l’hanno percorsa migliaia di volte.
Camminando forse parlavamo di sogni e di speranze, forse di ragazze e di sport, forse di qualche amico rimpatriato, forse dello stipendio striminzito, forse della nazionale di calcio… ma gli argomenti e le parole contavano poco, era importante essere insieme e sapere che in centro avremmo trovato altri amici con i quali avremmo parlato ancora delle stesse cose ma con amore ed entusiasmo come se fossero dette per la prima volta.
Ecco cosa volevo dirti con il racconto della strada: volevo dirti che ti ho amata attraverso gli amici, ti ho vista con i loro occhi, ti ho vissuta con il loro cuore, ho cercato di capirti con i loro cervelli.
Non so se l’ho detto bene, quello che conta è avertelo detto.
Ciao


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