Cara Asmara, Eritrea. lettera 7
Strappa all’uomo le illusioni di cui vive,
e con lo stesso colpo gli strappi la felicità.
Ibsen
…io un ex asmarino che ricorda me lo raffiguro come una casalinga
vecchio stampo intenta a lavorare a maglia mentre il micio gioca con il
grosso gomitolo di lana che saltella per terra ad ogni nuovo punto che
va ad aggiungersi al manufatto.
I grossi aghi rappresentano la memoria al lavoro, il gomitolo la massa
dei ricordi e il gattino gli scherzi che la memoria ci combina.
E di scherzi la memoria, ad una certa età, ne combina molti.
A volte mi domando se vi erano due Asmara e io ne abbia conosciuta una
soltanto.
Quando leggo di amicizia, di fratellanza, di solidarietà. E solo
di questo, mi dico che io ho vissuto nell’altra Asmara.
L’Asmara
idilliaca di cui continuo a sentir parlare, io non l’ho mai visitata
anche perché non sapevo dov’era.
Io, nella mia città, ho assistito a fraterne riunioni conviviali
ma anche ad incontri che potrebbero annoverarsi tra gli antenati di “A
bocca aperta”, “L’istruttoria” e “Samarcanda”.
Gli asmarini che scrivono sempre e soltanto con parole di miele e si liquefanno
in nostalgici ricordi di momenti indimenticabili sono stati più
fortunati di me avendo vissuto i loro anni eritrei nell’Asmara n.
UNO, mentre io, scalognato come il ragionier Fracchia, sono capitato nella
n. DUE.
Mi sarebbe piaciuto visitare questa Asmara di sogno, questa specie di
Disneyland in cui la vita era bella come una favola, una città
in cui si era finalmente realizzata l’UTOPIA e il bene aveva definitivamente
sconfitto il male.
Poi mi viene il sospetto che l’Asmara vera sia stata la mia, la
numero Due, e che gli altri, quelli che scrivono e che raccontano la loro
Asmara, la numero UNO, se la siano inventata di sana pianta per avere
un posto dove andare a rifugiarsi ogni tanto e scaricare le tensioni quotidiane.
Certo che hanno una bella e solida immaginazione se sono riusciti a costruire
un’intera città senza il più piccolo difetto e per
questo se la tengono ben stretta e prendono a sassate chiunque si azzardi
a scalfirne l’immagine. La costruzione di questo capolavoro è
costata fatiche immani e non può essere concesso a nessuno di abbatterne
le possenti mura di cinta: chi è fuori deve rimanere fuori.
E io, accidenti, sono rimasto fuori perché mi sono attardato nella
città numero due.
Peggio per me.
Un abbraccio forte
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