Granara Angelo
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Cara Asmara, Eritrea. lettera 4

Quell’età vaga, crepuscolare, il tempo di rimpianti che
sembrano speranze, di speranze che sembrano rimpianti,
quando la gioventù è passata ma non è ancora arrivata
la vecchiaia.

Turghenev


… quante cose mi hanno insegnato quelle mani legnose simili ai rami degli olivi selvatici che allignavano tenacemente abbarbicati al terreno sassoso, quei volti dalle mille rughe che sembravano campi aridi appena scalfiti dall’aratro, quelle magre schiene che, pur provate da tante fatiche, conservavano il portamento nobile, quasi altero di chi ha affrontato una vita dura e essenziale curvando la schiena per lavoro ma senza chinare il capo.
Mi hanno insegnato a disprezzare l’ostentazione e l’esibizionismo, la stupidità del consumismo e del superfluo. Mi hanno insegnato a vivere per conto mio senza necessità di aggregazioni.
Quella tua gente che affrontava i doveri quotidiani lavorando ogni ora di luce, quella gente dai pasti frugali costituiti dall’indispensabile e che sapeva accogliere con essenziale filosofia e i doni e le disgrazie della vita, mi ha dato molto e la ricordo con gratitudine profonda.
E’ forse, questo il ricordo più bello che ho di te, cara Asmara. Le altre cose belle che mi rimangono dei miei anni trascorsi con te sono per lo più legate alla gioventù. A vent’anni non ci si ferma ad apprezzare paesaggi o a considerare modi di vivere; si guarda alle cose in funzione della loro capacità di divertirci, si cerca di trarre da tutto quello che ci circonda la massima soddisfazione possibile indipendentemente dal luogo in cui si vive.
Le considerazioni come quelle che ho fatto in apertura di lettera, cara Asmara, cominciano ad affacciarsi alla nostra mente quando i capelli ingrigiscono, quando le gioie e i piaceri si fanno sempre più rari e i pensieri cominciano a perdere i colori digradando verso il grigio.
Adesso, ricordando i tuoi contadini dalla snella figura intagliata in legno d’ebano e il loro coraggio di vivere, comincio a capire le cose. Capisco, quanto tempo, quanti anni ho buttato per inseguire piaceri superficiali e gioie caduche, quanto ho sperperato in cose inutili o quasi, quanto bene avrei potuto fare e non ho fatto.
Fa male ricordare queste cose adesso, fa male perché aggiunge un peso al peso dell’età, fa male perché non c’è più tempo per recuperare anche soltanto una piccola parte del tempo perduto.
Ti ho scritto tutto questo perché volevo che tu sapessi che, anche se con molto ritardo, non ho apprezzato soltanto le tue bellezze ma anche le tue virtù.
Mentre percorrevo le tue strade e attraversavo i tuoi paesaggi, i miei occhi hanno assorbito inconsapevolmente anche quelle scene di vita che ora riaffiorano, la mia mente ha registrato quei momenti della giornata della tua gente che ora si ridestano in me.
Vorrei che tu mi aiutassi a capire perché le cose che valgono si apprezzano sempre così tardi.
Ti abbraccio.

 

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