Cara Asmara, Eritrea. lettera 3
La notte ci piace perché, come il ricordo, sopprime
i particolari oziosi.
Borges
… ritornando verso casa, naturalmente, ho pensato a te.
Ho pensato alle donne ossute piegate sotto i carichi di sterpi secchi
raccolti con faticose ricerche sotto il sole, al magro zebù dalle
grandi corna impegnato nel traino dell’aratro artigianale nel riarso
terreno indurito, e al pastorello che porta nella sua lacera sacca il
prezioso pezzo di angera che rappresenta il suo pasto quotidiano nel vagabondaggio
alla ricerca di un brullo pascolo per il suo misero gregge.
Ho
rivisto i paesani in cerchio nell’aia battere con nodosi bastoni
lo scarso raccolto e le donne impegnate con crivelli a separare i chicchi
dalla pula; ho rivisto le ragazze portare sul capo o fissare sulle spalle
le taniche d’acqua tirate su dal pozzo a forza di braccia; e le
donne anziane accovacciate davanti ai tucul intente a cuocere l’angera
negli anneriti mogogò.
Ho rivisto gli uomini, dopo la dura giornata di lavoro, riprendere la
strada di casa lontana diversi chilometri e già percorsa allo spuntare
del sole in senso inverso.
Ho ricordato i ragazzi venire su dal Dorfu con i carrettini a cuscinetti
carichi di fichi d’India, raccolti con mille sacrifici lungo le
scoscese pendici a mani nude o con la lattina il cui bordo era stato reso
tagliente a colpi di pietra: con un carrarmato se ne poteva fare una scorpacciata
all’ombra degli eucalipti di Betgherghis.
Ho risentito le voci sommesse che raccontavano delle terribili difficoltà
dei padri a tirare avanti le famiglie, gli strilli dei bambini seminudi
e laceri nelle viuzze dei quartieri indigeni.
E quando mi viene in mente questa Eritrea, mi assalgono anche i rimorsi
per non avere fatto abbastanza, anzi per avere fatto troppo poco per la
gente che mi ha ospitato, non so se volentieri o meno, per tanti anni.
Se penso a quello che avrei potuto fare con i soldi banalmente spesi in
tante cose superflue, mi assale un senso di tristezza che cerco di mitigare
mettendo a mio credito anche quello che ho fatto. Ma il risultato non
mi soddisfa; sento di essere rimasto debitore di qualcosa.
Ho ripensato al contrasto stridente tra la ricchezza degli europei che
vivevano da te, cara Asmara, con confortevoli case, vetture costose, barche,
aerei personali, gioielli, viaggi ed il novanta per cento degli eritrei
cittadini di uno degli Stati più poveri del mondo.
Con poche migliaia di lire mensili potevi permetterti due o tre persone
di servizio e ti giustificavi dicendoti che quelle erano le paghe medie
del paese.
Quante magre giustificazioni ci hanno accompagnati nei lunghi anni in
Eritrea.
Ti abbraccio.
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