Af’abet-Nakfa-Orota, Eritrea, giugno 1988
di Pietro Veronese



"Un giorno o l'altro bisognerà liberarsi di tanta correttezza politica, di tanto perbenismo intellettuale, e osare dire come uno la pensa veramente. No, gli uomini non sono tutti uguali: si, le razze esistono, e si dividono in inferiori e superiori. E superiore a tutte è l'africana."


I fari illuminano una pista sassosa e alberi contorti di acacia. D’un tratto l’autista mette in folle, lascia che il fuoristrada si fermi. Si scende: qui c’è qualcosa che merita una sosta. L’auto fa una breve manovra e il fascio dei fari inquadra la sagoma immobile di un camion abbandonato a lato della pista. L’aria tiepida della notte è infettata da un odore di morti. Dal pianale del camion ghigna spaventoso il teschio di un cadavere, che il fuoco ha consumato fino a renderne la materia irriconoscibile. Sta leggermente reclinato in mezzo a caricatori arrugginiti di mitragliatore, bossoli esplosi, schegge di granate, lamiere sforacchiate dai proiettili, monumento insopportabile all’orrore della guerra. Nella semioscurità si scorgono altri brandelli umani. Sono i resti di sette, forse otto corpi di soldati etiopici, arsi vivi in un episodio minore della grande battaglia di Af’Abet, alla metà di marzo. La ferocia dei combattimenti non ha ancora concesso loro sepoltura. Il camion che li trasportava, fermo per sempre, mantiene il muso puntato verso sud, la direzione della ritirata. Sulla calandra del radiatore si distingue, alla luce della pila elettrica, il marchio di fabbrica in caratteri cirillici.
La guerra eritrea dura da oltre un quarto di secolo, è la più lunga di quelle ancora in corso. Cominciò, animata da sparute bande armate, quando all’inizio degli anni Sessanta l’imperatore Haile Selassie annesse d’autorità quel territorio che le Nazioni Unite volevano soltanto federato all’Etiopia. Con la rivoluzione etiopica del 1974 e l’entrata in scena dei sovietici a fianco di Menghistu Haile Mariam, nel 1978, divenne un conflitto in piena regola, combattuto da decine di migliaia di uomini massicciamente armati. Per gli Eritrei è una guerra d’indipendenza; per Menghistu un’irrinunciabile questione di potenza e di prestigio; per i governi occidentali un affare interno etiopico.
Proseguendo da nord in direzione di Af ’Abet, accompagnati dai combattenti del Fronte popolare di liberazione dell’Eritrea che grazie alla vittoria di marzo controllano adesso saldamente questa loro nuova zona liberata, si entra così nell’ultima guerra d’Africa. La pista, prima deserta, ora ferve di animazione. Incroci camion che trasportano nelle retrovie affusti e canne di cannoni da 130 millimetri, colossi dell’artiglieria da campagna sovietica in dotazione alle Forze armate etiopiche. Preceduti dallo sferragliare dei cingoli, sbucano da una curva due carri armati T-55, anch’essi made in Urss. Dalle torrette occhieggiano due guerriglieri. Con questi armamenti il regime etiopico contava di schiacciare la resistenza eritrea. Invece, catturati intatti al nemico, sono finiti a rafforzare l’esercito popolare del Fronte. Alla luce del sole l’esercito popolare è invisibile, è ovunque e in nessun luogo. La sua uniforme è composta d’un paio di sandali spesso tenuti insieme con lo spago, un paio di pantaloni stinti che infiniti lavaggi hanno reso perfettamente mimetici, una maglietta, una giberna, una boraccia da mezzo litro legata alla cintura. La sua intendenza è fatta di asinelli e muli, oppure dromedari come quelli che incontri su un pendio della pista legati in fila indiana, le gobbe ingombre di grosse taniche di plastica bianca, scortati da due guerrigliere, il mitra a tracolla, il passo stanco nell’affrontare la salita. Il piccolo convoglio si è allontanato dal fronte nottetempo verso un pozzo per rifare il suo carico d’acqua, più preziosa talora dei proiettili nel decidere la sorte d’uno scontro. L’aurora si preannuncia con un chiarore livido. Ad Af’Abet mancano ormai una dozzina di chilometri. La pista s’adagia a fondovalle prima d’incassarsi tra rocce a strapiombo da un lato, il baratro dall’altro. E’ la gola di Ashurum, dove le forze etiopiche hanno subito il crollo. Era il 18 marzo, centinaia di mezzi incolonnati si ritiravano verso Af’Abet. Dalle vette, i cannoni da 100 mm dei tank eritrei riuscirono a centrare l’Ural che apriva la colonna, poi un organo di Stalin che seguiva, poi un carro armato. La stretta carreggiata era bloccata, non si poteva più andare avanti né indietro, e incominciò il disastro.
Nella luce dell’alba il burrone si rivela ingombro di carcasse arrugginite: camion, torrette di T-55, telai che reggevano i cannoni da 130, cingoli abbandonati, bossoli di ogni calibro. Saranno 40, forse 50 automezzi militari distrutti. Anche qui aleggia il puzzo dei morti. Ma in questa gola sinistra è rimasto solo ciò che dopo la battaglia era ormai inutilizzabile: tutto il resto che ancora funzionava, pezzo a pezzo, è stato recuperato dagli eritrei e nuovamente schierato contro i suoi precedenti proprietari.
Af’Abet, finalmente. I viaggiatori vengono accolti sotto un pergolato, al centro dell’ex quartier generale etiopico. La colazione è servita nell’ex mensa ufficiali. Prima di andare a vedere la città, un avvertimento: “Vestite con colori neutri, beige se possibile. I Mig possono arrivare in qualunque momento, cercano di individuare qualsiasi cosa in movimento. Nel caso, state fermi, al riparo. Non siate negligenti”.
Ai lati del vialone d’uscita effigi di Marx, Engels, Lenin stanno infrante al suolo. Una gran falce e martello di gesso dipinto di rosso troneggia, perfettamente illesa, a fianco dell’arco d’ingresso. Il fragore del Mig giunge improvviso, dapprima confuso con quello del vento. Poi riempie l’aria, rimbomba da ogni punto della conca di Af’Abet. Il caccia compie un primo passaggio ad alta quota, un punto brillante che scompare presto. Ritorna più basso, più lento, il fragore diventa frastuono.
S’allontana lasciandosi dietro un pennacchio di fumo bianco: è il backfire, la scia del razzo che ha appena lanciato e che colpisce con un sordo boato laggiù, in un punto indistinguibile sulla linea delle colline all’orizzonte.
Chi è stato ad Af’Abet recentemente, dopo il successo dell’offensiva del Fronte popolare di liberazione dell’Eritrea, l’ha descritta come una cittadina povera ma formicolante d’attività, con le botteghe e gli spacci di preziosa birra Melotti, che arriva di contrabbando dall’Asmara (la capitale eritrea, sotto controllo etiopico). Ma il 19 maggio i Mig hanno preso a sorvolare l’abitato a intervalli regolari per l’intera mattina. Alle 3 sono tornati e questa volta, per due ore, hanno sganciato bombe a frammentazione sulle case. I morti sono stati sei, due donne, due bambini, due uomini, una ventina i feriti. Da quel giorno Af’Abet è una città deserta, i suoi 19 mila abitanti sono tutti fuggiti. Inoltrandosi lungo la via centrale si vedono soltanto le imposte delle botteghe e delle case sprangate col lucchetto. Unico essere vivente in questo silenzio mortale, un vecchio demente che fa capolino dall’angolo di una traversa, urlando al piccolo gruppo di visitatori parole senza senso. Più avanti, passata la nuova moschea rimasta in costruzione, ecco le case sventrate dalle bombe, le travi bruciacchiate, le schegge degli ordigni profuse sulla via. Per la terza volta le narici annusano l’odore della decomposizione. Qui la guerra, prendendo a bersaglio la popolazione civile, ha celebrato la pienezza del trionfo.
Nakfa, la città simbolo della resistenza eritrea, è soltanto un cumulo di rovine. Per dieci anni i corpi di spedizione etiopici hanno tentato di conquistarla, sempre invano. Non riuscendo a raggiungerla via terra, si sono rifatti dal cielo. Tolto il minareto della moschea, rimasto incredibilmente in piedi, i Mig non hanno lasciato pietra su pietra. Nella via principale, due filari di palissandri dagli splendidi fiori color indaco fiancheggiano ormai solo macerie. La vita era piacevole, all’ombra di quegli alberi, ricorda un giovane di Nakfa. Ogni isolato aveva il suo caffè, le sedie venivano spostate all’aperto e si passava il tempo a chiacchierare, una bevanda fresca sempre a portata di mano. Oggi invece, sotto il sole di mezzogiorno, non si sente alitare anima viva. Ma ad aguzzare gli occhi dallo stretto terrazzino che domina il panorama, in cima al minareto, il paesaggio riserva una sorpresa. C’è movimento nei dintorni, in una piega del terreno, sulle pendici delle colline. Si vedono figure allontanarsi con la zappa in spalla o spingere col bastone un gregge di capre. La vita non è scomparsa, però si è trasformata. Sono vent’anni che in Eritrea non si costruisce più: sarebbe fatica sprecata, servirebbe solo ad offrire ai Mig nuovi obiettivi. Ma per non rinunciare alla sua terra, con una determinazione non priva d’allegria, una nazione intera si è trasformata. Così la vita nell’Eritrea liberata, cioè nelle vaste zone di territorio che sono controllate dal Fronte di liberazione, sorprende il visitatore quasi fosse un mondo alla rovescia. Una strana società dagli stupefacenti usi e costumi. La prima cosa che prende in contropiede sono i ritmi quotidiani: si sta fermi di giorno, in moto di notte. Questa era, in parte, un’abitudine di sempre: le ore più calde del giorno scoraggiano il lavoro. Ma la costante minaccia dei bombardamenti ha trasformato l’abitudine in rigida disciplina collettiva. Nulla deve muoversi sotto il sole. E’ una strana Africa, molto diversa da quella sotto accusa per gli aiuti sprecati, per i sacchi lasciati marcire sui moli, per i gioielli tecnologici donati dagli occidentali e finiti in ruggine. Qui niente o quasi è regalato, niente è sprecato. E il contrasto è stridente con gli ammassi di armamenti etiopici distrutti in battaglia che punteggiano il territorio. “Milioni di dollari buttati così, e la gente che muore di fame”, commenta filosofico e orgoglioso un accompagnatore eritreo.
Poi, quando fa buio, l’Eritrea si risveglia. Su uno spiazzo alle porte della città si raduna una piccola folla, si sentono risa, si vedono abbracci. Un motore si mette in moto: è la corriera che ogni notte collega Nakfa a Orota e ritorno. I postini inforcano le Honda gialle da motocross e partono con la borsa delle lettere a tracolla. Si accendono i generatori delle officine e i meccanici si mettono al lavoro. Nel buio, tra colpi di martello e cascate di scintille, il loro sembra un antro di Vulcano. A decine i camion entrano in movimento. Sono vecchi Fiat N 3, vecchi Mercedes, trasportano carburante oppure sono stracarichi di sacchi di farina, legname, rottami metallici, vanno lentissimi ma danno l’impressione di non fermarsi mai. Alcuni hanno targhe sudanesi, altri etiopiche: sono bottino di guerra preso al nemico.
Percorrendo le zone liberate si scopre una società complessa, articolata, altamente organizzata, che presenta tre volti distinti. Il primo è quello antico, feudale, immutato: famiglie di nomadi accampati con i loro dromedari e le mandrie, le donne avvolte in veli variopinti, che nascondono il viso a chiunque si avvicini. Il secondo è quello militare, che la sicurezza impone di tenere anch’esso il più possibile nascosto a sguardi estranei. Il terzo è quello dei modernizzatori, i militanti del Fronte popolare di liberazione. Dottori, sociologi, insegnanti, molti di loro originari dall’Asmara, laureati all’estero, che un acceso sentimento nazionale ha richiamato a lavorare qui, senza stipendio, nel tentativo impari di tirar fuori sotto le bombe l’Eritrea dal Medio Evo.
“Noi eritrei siamo un po’ gli ebrei del Corno d’Africa”, sostiene sorridendo un funzionario del Fronte. “Costretti a sradicarci dai luoghi d’origine, nell’impossibilità di installarci stabilmente, di dedicarci ad attività economiche di lungo periodo, chi di noi ha potuto ha studiato. Altri sono diventati tecnici, meccanici, operai specializzati. E il Fronte ha sfruttato al massimo questo patrimonio umano per rispondere all’imperativo dell’autosufficienza”. A scuola, seduti per terra all’ombra di un’acacia, un quaderno aperto sulle ginocchia, senza banchi, senza lavagna, s’insegna l’inglese a partire dalla seconda elementare perché, spiega un preside, “l’inglese è la lingua del mondo e lo devi conoscere se vuoi essere aggiornato”.
I testimoni più inquietanti della guerra eritrea, del suo isolamento, della sua solitudine, dell’ignoranza, dell’indifferenza del mondo, sono i civili che a famiglie intere, vecchi, bambini, adulti sopravissuti, fuggono la minaccia militare etiopica. S’incontrano di continuo lungo le strade, in miseri cortei, nell’atto di trascinarsi dietro pochi dromedari dal basto vuoto. Case, raccolti, masserizie, tutto è stato distrutto o abbandonato. Oppure stanno accampati sotto un albero, le donne che cucinano su un focolare di fortuna gli aiuti umanitari forniti dal Fronte. Forse si fermeranno qui, forse raggiungeranno il Sudan, ad affollare i campi profughi di Kassala o Gedaref dove già vivono ammassati più di 700 mila eritrei.
Nell’ultima decade di maggio, mentre in un tentativo di controffensiva i carri armati etiopici radevano al suolo il villaggio di Sheib e i Mig bombardavano le abitazioni civili di Af’Abet causando un esodo di massa, tutti i capi di Stato dell’Africa erano ospiti del presidente Menghistu ad Addis Abeba, per il vertice dell’Organizzazione dell’unità africana. Nessuno ha detto nulla: la guerra eritrea è considerata un affare interno dell’Etiopia. Tutti hanno paura. Se l’Eritrea vincesse, se le frontiere etiopiche dovessero venir modificate, nessun leader africano si sentirebbe più sicuro delle sue, assediato com’è da separatismi etnici, religiosi, politici, tribali. Da decenni gli eritrei vanno argomentando invano che i loro confini vennero riconosciuti dalle Nazioni Unite nel 1948, quindici anni prima che fosse creata l’Organizzazione dell’unità africana e introdotto con essa il principio dell’intangibilità delle frontiere in tutto il continente.
L’imperatore Haile Selassie fu più astuto di loro: annesse l’Eritrea nel ‘62 e solo l’anno dopo accolse ad Addis Abeba il primo vertice panafricano, imponendogli il fatto compiuto.
Un quarto di secolo dopo la situazione è immutata. Se il silenzio dell’Africa è dettato da motivi di interesse, quello del resto del mondo è frutto invece, del disinteresse più completo. Tra i tanti motivi che fanno del Fronte popolare di liberazione dell’Eritrea un caso unico, c’è quello di non avere alle spalle nessun protettore, nessuna potenza. Certo non l’Urss e i paesi socialisti, che sono pesantemente schierati con Menghistu ottenendone in cambio una base navale nelle isole Dahlak, proprio al largo della costa eritrea; non gli Usa e gli occidentali, che hanno già sufficienti alleati nella regione e vedono malvolentieri un focolaio di tensione sulla sponda del Mar Rosso (e aiutano paradossalmente l’Etiopia, con l’obiettivo di strapparla all’influenza sovietica); non i potentati arabi, perché la leadership del Fronte è d’origine cristiana anziché musulmana, e comunque è soprattutto laica, aconfessionale e politicamente sospetta agli occhi di quei moderatissimi regimi.
Gli eritrei sono dunque completamente soli. Costretti a contare esclusivamente su se stessi, sembrano aver trasformato in forza questa apparente debolezza: ne hanno tratto orgoglio, una determinazione all’apparenza inesauribile, un’autonomia totale, che va dal procurarsi un cacciavite all’elaborazione della strategia. Ci sono fortunatamente le eccezioni. Numerosi governi dell’Occidente forniscono sottobanco agli eritrei aiuti soprattutto alimentari. Non lo fanno direttamente, ma tramite organizzazioni non governative. In testa gli scandinavi, seguiti dalla comunità anglosassone (Australia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Nuova Zelanda) e dalla Francia.
C’è in questo uno scrupolo umanitario, specie di fronte alle opinioni pubbliche nazionali, e fors’anche uno scrupolo politico: in fondo gli eritrei potrebbero persino vincere, un bel giorno, e costituire uno Stato indipendente sulla costa del Mar Rosso. Meglio mantenere un contatto, un rapporto. Non si sa mai. Ma c’è anche l’eccezione negativa e questa eccezione è il governo dell’Italia. Per l’Eritrea liberata non uno spillo, non un chicco di grano. Non una parola a qualche tribuna internazionale. Non un dialogo, per quanto ufficioso, con il gruppo dirigente del Fronte. Non un’attenzione alla numerosa comunità eritrea nel nostro paese. Un silenzio, un vuoto tanto più grandi se appena si pensa che l’Eritrea fu la prima colonia italiana e tale restò per cinquant’anni, più di ogni altro territorio coloniale; che fu proprio l’Italia a disegnarne i confini, a farne irrobustire l’identità nazionale. Generazioni di nostri connazionali vissero e prosperarono lì; e truppe coloniali eritree affiancarono quelle italiane in Libia e in Etiopia, durante guerre che oggi la nostra memoria collettiva preferirebbe non dover ricordare, ma che pure furono combattute. C’è dunque un legame storico che è stato spezzato. Lo testimonia la traccia vistosa che l’italiano ha lasciato nelle varie lingue parlate in Eritrea. Tutte le parole che hanno a che vedere con la tecnica, da lampadina a bicicletta a macchina, passando per ogni singola componente comprese le gomme e il portabagagli, sono italiane. Spuntano inaspettate tra suoni aspri e gutturali che ascolti senza capirci niente. Finestra si dice finestra. La gomma americana si chiama mastica. Ma forse c’è anche un debito, una responsabilità che non sono stati onorati. Così almeno sembrano pensarla gli eritrei, e nelle infinite conversazioni che intavolano con il raro ospite italiano, così, senza parere, vanno a cadere inesorabilmente su questo punto. E l’Italia che cosa fa per noi, per cercare di far finire questa guerra? Perché non dice nulla all’Etiopia, che pure aiuta tanto generosamente? La prima volta s’immagina di avere a che fare con un interlocutore petulante. La seconda sembra una coincidenza. Presto si capisce che è una rivendicazione, una richiesta. Un rimprovero. Espresso sommessamente, con tatto, con la pacatezza imposta dall’ospitalità, con garbo estremo. Ed è l’unico ricordo sgradevole che si porta con sé quando ci si accomiata dalla libera Eritrea e si prende la strada che riporta in Sudan.
Nella seconda metà degli anni Ottanta la guerriglia eritrea sembrava condannata a uno stallo infinito. Gli etiopici non apparivano in grado di riconquistare il territorio perduto, ma la liberazione di Asmara sembrava agli osservatori esterni un obiettivo irraggiungibile. Anche la logica della Guerra Fredda contribuiva a rendere la questione insolubile: gli aiuti militari sovietici all’Etiopia non garantivano forse la vittoria, ma avrebbero certamente evitato la sconfitta. Gli unici a credere nel proprio successo finale erano gli Eritrei e gli eventi avrebbero presto dato loro ragione. Asmara fu liberata il 24 maggio 1991 e poco dopo il regime comunista etiopico crollò. Menghistu Haile Mariam fuggì in Zimbawe, aggiungendo il proprio nome al lungo elenco dei dittatori africani in esilio. L’indipendenza dell’Eritrea fu proclamata il 24 maggio 1993, dopo un referendum organizzato sotto il controllo delle Nazioni Unite. L’indipendenza non ha portato però la pace. Dopo crisi con il Sudan e Gibuti e una disputa con lo Yemen per la sovranità sulle isole Hanish, una guerra su grande scala è di nuovo esplosa con l’Etiopia nel 1998.


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